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Cassazione, “assist” per Capuano: annullata l’ordinanza del Riesame

Al termine di una lunga camera di consiglio, la Suprema Corte ha bocciato la decisione che confermava la misura cautelare per il giudice in forza alla sezione distaccata di Ischia

Nuovi scenari si aprono per la difesa del giudice Alberto Capuano. Il magistrato, coinvolto nell’inchiesta anticorruzione della Procura di Roma e da luglio ristretto nella casa circondariale di Poggioreale, ha ottenuto da parte della Cassazione l’annullamento della decisione che confermò tale misura cautelare a suo carico. La Suprema Corte ha quindi disposto la celebrazione di una nuova udienza dinanzi al Tribunale di Napoli in funzione di Riesame. Dunque, anche se per il momento il giudice resta in carcere, si dischiudono ampie possibilità sull’ipotesi di ottenere la rimessione in libertà, o almeno un alleviamento della misura. La decisione della Corte è arrivata al termine di una lunga camera di consiglio, il cui esito ha visto l’accoglimento delle tesi difensive degli avvocati Maurizio Lojacono e Alfonso Furgiuele, difensori di fiducia del giudice Capuano.

Comprensibile la soddisfazione dei due penalisti, che sono sempre stati convinti dell’infondatezza delle ragioni addotte dal Riesame nella decisione di fine luglio quando venne confermata la misura cautelare. Adesso, l’annullamento di tale decisione, insieme a un altro evento di rilievo, costituito dalla concessione dei domiciliari a uno degli imputati, l’imprenditore Valentino Cassini, indurranno verosimilmente il collegio difensivo a effettuare alcune valutazioni, tra cui con tutta probabilità a valutare l’ipotesi di chiedere al Tribunale la revoca o quantomeno l’alleggerimento del provvedimento cautelare, prima ancora che si celebri la nuova udienza dinanzi il Riesame. E a onor del vero, ancor più alla luce della recente evoluzione del quadro accusatorio nei confronti di Capuano, che ora risulta sensibilmente ridimensionato rispetto alle accuse iniziali, sembra davvero esagerata la lunga permanenza in carcere che dura tuttora, per esigenze cautelari che da tempo non sono ravvisabili.

La decisione della Cassazione, che ha disposto la celebrazione di una nuova udienza dinanzi il Tribunale del Riesame, apre nuove possibilità per la difesa nell’ottica della possibile revoca della misura cautelare

Per il 10 dicembre è già fissata la prima udienza del processo col rito immediato per tre capi di imputazione tra cui l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. Anche quest’ultima accusa ha perso molta della sua consistenza: essenzialmente si dovrà affrontare la questione di certi discorsi e conversazioni che riguardavano una vicenda processuale in atto, ma la difesa è certa di aver già dimostrato che non vi fu alcun intervento illecito del giudice Capuano presso i suoi colleghi, dunque un’accusa basata solo su parole e conversazioni prive di fondamento, in quanto la presunta opera di intercessione presso un magistrato per influenzare l’esito di un processo non avrebbe potuto aver luogo, in quanto il magistrato in questione era già andato in pensione. Dunque, il dottor Capuano avrebbe lasciato intendere di interessarsi alla cosa soltanto per prendere tempo e sottrarsi alla pressione dell’interlocutore, cosa discutibile, ma non al punto di assumere rilievo penale.

Poi ci sono le accuse minori: una riguarda i rapporti con il signor Iovine, titolare di un’impresa di costruzioni che avrebbe compiuto lavori gratis per il magistrato, anche se la difesa ha già acquisito elementi per spiegare la completa liceità di tali attività, che comunque sarebbero poi state pagate.

L’altra vicenda riguarda un soggetto che avrebbe confidato in un intervento di Capuano presso i giudici per favorire la sospensione di un abbattimento. Intervento che non ci sarebbe stato, e addirittura il giorno dopo la conversazione incriminata l’abbattimento è poi effettivamente avvenuto: dunque, secondo la difesa, non ci sarebbe da registrare nessuna illecita ingerenza del magistrato nella vicenda.

Soddisfatto il collegio difensivo che vede sensibilmente ridimensionato il quadro accusatorio iniziale, in vista del giudizio immediato fissato a dicembre

Accuse come si vede piuttosto modeste rispetto al preoccupante quadro accusatorio iniziale che si evinceva nell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Costantino De Robbio, il quale rimarcava ad esempio che «nel tribunale di Napoli opera un gruppo di soggetti, tra i quali almeno un giudice del tribunale in grado di influenzare in vario modo la sorte di importanti processi penali pendenti in fase dibattimentale o in Corte di Appello», estendendo il discorso anche agli altri indagati aggiunge che gli stessi avevano la possibilità di «sospendere procedure esecutive penali e ritardare verifiche dei crediti fallimentari, provocare la scarcerazione di detenuti ed il dissequestro dei beni di importanti esponenti della criminalità organizzata fino ad estendere la propria influenza sul concorso in magistratura, il cui esito è stato distorto a favore di una candidata, figlia di uno degli appartenenti al gruppo degli indagati». Il quadro che il dottor De Robbio dipingeva era ancora più esplicito in un successivo passaggio dell’ordinanza, nel quale lo stesso sottolineava che «tutto si può ottenere, tutto si può comprare attraverso il giudice Capuano, che vanta vere o presunte influenze su numerosi altri magistrati del tribunale e della Corte di Appello di Napoli ed è pronto a spendere i suoi rapporti in cambio di elargizioni di denaro ed altre utilità anche di entità economica relativamente modesta oltre a lavori di ristrutturazione, biglietti aerei intercontinentali e pacchetti vacanze in Colombia a prezzi di favore, tessere gratis per stabilimenti balneari ma anche pastiere e bottiglie di vino, fino alle somme di denaro in contanti».

Un quadro accusatorio inclemente che continuava: «Non esiste questione nella quale il giudice del Tribunale di Napoli Alberto Capuano abbia rifiutato di entrare o corruzione alla quale abbia mostrato, se non distacco morale, almeno disinteresse. Qualsiasi tentativo di avvicinamento di colleghi e cancellieri gli sia stato prospettato ha trovato in lui una sponda pronta e compiacente, si trattasse della procedura di abbattimento di un umile manufatto di un fabbro o dell’assoluzione di soggetti accusati di far parte della criminalità organizzata e del dissequestro dei loro beni. Il Capuano ha messo a completa disposizione di chiunque volesse la propria competenza tecnica, offrendosi di visionare fascicoli processuali per suggerire strategie – imponendo la nomina di avvocati e contattando i magistrati assegnatari dei procedimenti per convincerli a decidere non secondo giustizia ma per il perseguimento di fini economici del tutto incompatibili con la funzione rivestita».

La parte finale dell’ordinanza era dedicata alle conclusioni sui gravi indizi di colpevolezza. Il gip De Robbio sottolineava come «le indagini svolge dalla Squadra Mobile di Roma sotto la direzione della Procura ha disvelato in un breve lasso di tempo la situazione di estrema vulnerabilità del Tribunale di Napoli, a causa del collaudato sistema di corruttela operante e di cui indagati Di Dio e Capuano appaiono i terminali principali (anche se purtroppo non gli unici)». Relativamente al Capuano si leggeva che «ha messo a completa disposizione di chiunque volesse la propria competenza tecnica, offrendosi di visionare fascicoli processuali per suggerire strategie, imponendo la nomina di avvocati e contattando i magistrati assegnatari dei procedimenti per convincerli a decidere non secondo giustizia ma per il perseguimento di fini economici del tutto incompatibili con la funzione rivestita». Oltre alle presunte regalie ricevute, il gip sottolineava che «anche nel suo caso si tratta di attività seriale e continua, con ampio superamento degli standard richiesti dall’art. 274 lettera e del codice di procedura penale: solo l’adozione della misura cautelare massima può arrestare la certa reiterazione di delitti della stessa specie di quelli individuati nel corso delle indagini».

Un altro passaggio significativo, poi, era quello nel quale si faceva riferimento a Valentino Cassini, definito intermediario di fiducia di Alberto Capuano che, scriveva il gip De Robbio, «ha svolto con costanza e senza alcuna remora morale il compito di mantenere i rapporti di natura illecita tra il Capuano e il Di Dio e prima ancora tra il magistrato e il Federico allo scopo di guadagnare denaro derivanti dalla spartizione con i sodali del prezzo delle corruzioni. La sua presenza costante accanto al Di Dio, la piena compartecipazione a tutti gli accordi corruttivi gestiti dal Capuano nel corso delle indagini ne fanno un altro perno fondamentale del sistema corruttivo, ciò che impone anche nel suo caso di ritenere sussistente un serio e concreto pericolo di reiterazione di delitti della stessa specie di quella per i quali si procede».

Durante la discussione al Riesame, i legali di fiducia del dottor Capuano avevano cercato di smantellare l’impianto accusatorio montato nei confronti del proprio assistito. Furono diversi i punti su cui i legali tennero a manifestare l’assoluta estraneità ai fatti di Capuano, in particolare ponendo l’accento con particolare e reiterata attenzione verso le eventuali pressioni che l’indagato avrebbe dovuto esercitare nei confronti di un magistrato della Corte di Appello. Gli avvocati sottolinearono come nel momento in cui al giudice in servizio a Ischia fu chiesta questa intercessione, il suo papabile interlocutore aveva già ottenuto il pensionamento, dunque senza alcun ruolo nel processo in questione. Insomma, Capuano lo sapeva, e a chi gli chiedeva un “favore” aveva finto di manifestare un possibile interessamento solo per porre un freno alle pressioni a suo carico. Per quanto riguarda il caso Liccardi, anche il periodo delle intercettazioni telefoniche risale cronologicamente a un momento in cui il giudice di Corte d’Appello non era più in servizio: insomma, un “avvicinamento” a questo presidente sarebbe stato materialmente impossibile. Di fatto, non avrebbe nemmeno partecipato all’udienza in programma successivamente.

I due penalisti produssero anche un’altra serie di documenti atti a dimostrare l’innocenza di Alberto Capuano. Alcuni di questi erano relativi ai lavori eseguiti presso il centro estetico gestito dalla moglie: tutti i materiali, ricevute alla mano, sarebbero stati acquistati e regolarmente pagati con bancomat o carta di credito direttamente dal dottor Capuano e che allo stato dell’arte una sola impresa risultava non pagata ma solo perché non aveva ancora ultimato i lavori. Lo stesso viaggio in Colombia non sarebbe affatto un favore fatto da terzi al magistrato, ma sempre pagato con i fondi nella disponibilità dell’indagato e dunque non rappresenterebbero affatto – come sosteneva l’accusa – il corrispettivo per qualche “favore” nei confronti di altri soggetti. Adesso, la decisione della Corte di Cassazione conferisce nuovo vigore a tali argomentazioni difensive, in attesa del dibattimento.

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