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LE OPINIONI

IL COMMENTO Essere obbedienti ad Ischia

“Obbedienza” deriva dal latino ob-audio (essere in ascolto). La società umana può essere in ascolto o può non ascoltare ed è tutto da stabilire se l’integrità di ciascun individuo si preserva meglio nell’obbedienza o nella disobbedienza, nel dovere collettivo o nella coscienza individuale. Sembra questo un tema filosofico per addetti ai lavori, eppure ogni giorno sui social anche gli ischitani, in termini ovviamente semplificati e popolari, dibattono di “libertà dell’individuo” e di “responsabilità di comportamento verso gli altri”. Prima di arrivare a decifrare che cosa significa, oggi ad Ischia, essere “obbediente” o “disobbediente”, abbiate la pazienza di seguirmi in un’ottica più generale e sconfinante i ristretti limiti dell’isola. La pandemia, con l’oscillazione tra vincoli e istinti libertari, non ha fatto altro che esasperare un conflitto sempre presente, anche se in alcuni casi latente. Di recente, il giurista Natalino Irti ha scritto, in proposito, un libro dal titolo “In viaggio tra gli obbedienti”. Irti è docente emerito di Diritto Civile alla Sapienza. Ma non è solo un giurista, più propriamente è una figura di “intellettuale totale”, nel quale confluiscono conoscenze storiche, filosofiche e sociali. Cosa ci dice Irti, in questo libro? Ci spiega che, apparentemente, le costrizioni a cui tutti ci siamo dovuti adeguare in questa lunga pandemia ha prodotto una profonda spaccatura tra “chi ha obbedito” e “chi si è ribellato”, ma il più delle volte sia l’uno che l’altro lo hanno fatto in modo irrazionale. Con troppa enfasi. Hanno premuto troppo l’acceleratore sia i sostenitori di una rigida osservanza delle regole limitative dell’azione e del movimento delle persone, sia – al contrario – i fautori del primato della libertà individuale perfino rispetto alla difesa della salute collettiva.

Natalino Irti
Natalino Irti

A scavare ancor di più il fossato tra queste due “filosofie” diverse e a rendere più ingarbugliata la questione, è subentrata una bulimia legislativa, a tratti incoerente e incomprensibile, che Natalino Irti definisce “occasionalismo normativo”. Risultato: la perdita di credibilità della collettività verso gli scienziati della sanità, verso i legislatori e i governanti. Su questo stato di incertezza e scetticismo hanno soffiato il fuoco e solleticato la pancia sia coloro che erano interessati a captare consenso con la strategia del terrore, sia coloro che erano interessati ad aizzare l’opinione pubblica contro le privazioni di libertà imposte dall’establishment politico e sanitario. In questo frangente confusionario è mancato il ruolo fondamentale della “parola”. Lo dice chiaramente Irti, che precisa: “Lo Stato di diritto si fonda sulla chiarezza della parola. Se il linguaggio non è limpido, lo Stato di diritto si indebolisce. La parola è il necessario ponte tra governanti e governati”. E’ su questo punto che il giurista afferma una tesi diversa da quelle dominanti. Tra quanti paventano l’avvento di una dittatura (un nuovo Leviatano) che comprime le libertà individuali e quanti invocano il braccio forte dello Stato per convincere i riottosi, c’è una terza via, praticabile ma non praticata: la forza e la chiarezza della parola scritta, della norma giusta. Irti, infine, fa un’importante distinzione sulla “disobbedienza”: c’è quella “sporadica” verso singole norme e c’è la “disobbedienza totale” di chi si richiama ad un tipo di società fondata su presupposti completamente diversi, come una volta si poteva dire dell’anarchia. E c’è ancora una “disobbedienza creativa”, che prefigura un cambio di paradigma normativo.

Da giurista, Irti riconosce che mentre il giurista è legato al diritto positivo, valido hic et nunc, lo storico studia tutto il passato e intravede, in alcuni sintomi sociali, un principio di sviluppo civile e normativo. La premessa generale di questo articolo è stata lunga, ma non voglio sottrarmi al tentativo di dare, a questi concetti, una chiave interpretativa anche in luce locale. Del resto la funzione di un giornale locale è proprio quella di alzare il periscopio alla quota della superficie del mare, scrutare tutto quello che avviene intorno, per poi reimmergersi col proprio batiscafo. Anche ad Ischia ci sono, naturalmente, gli obbedienti e i disobbedienti. Ci sono i fanatismi della strategia di Stato e i fanatismi di chi reputa il proprio “io” indipendente dagli “io” degli altri. Ma c’è un’anomalia nel DNA degli ischitani: quel che vale verso le scelte nazionali, non vale per i livelli locali. Sono in molti ad osannare o maledire il Governo centrale, ma le passioni si spengono nei confronti degli amministratori locali. A livello locale, gli “obbedienti” sono “obbedienti acquiescenti” e i “disobbedienti” sono solo quelli che Natalino Irti ha definito “totali”, cioè antisistema. Ad Ischia non esiste la “disobbedienza sporadica” quella cioè” critica”, che discerne di volta in volta le cose buone da quelle cattive, così come non esiste la “disobbedienza creativa” ovvero la creazione di presupposti per un modo alternativo di concepire la democrazia e il modello economico turistico vigente nell’isola. Su questo giornale si propongono quotidianamente “sprazzi di disobbedienza creativa” ma che purtroppo non riescono a generare onde concentriche che coinvolgano settori significativi della nostra collettività e convincano gli amministratori a prendere in esame le “finestre” propositive che apriamo su Il Golfo. Gli amministratori locali evitano le finestre propositive, in quanto trovano altrove “porte e portoni” di consenso acritico che rendono superfluo operare con creatività. Ci rimane un ultimo aspetto da chiarire: quelli che ho definito “disobbedienti totali” o di sistema, ci rimproverano di peccare di scarso realismo, di “sognare” di poter contribuire a invertire il paradigma amministrativo attuale. Per costoro, non esistono mezze misure e non possiamo conciliare l’inconciliabile. Invece lo scrittore israeliano Amos Oz, morto nel 2018, insisteva molto sulla complessità dei problemi, che richiedono continuamente il miglior compromesso possibile.

Per quanto mi riguarda, non sono tra coloro che pensano che ogni forma di compromesso sia sinonimo di mancanza di integrità. Quindi procediamo nel proporre quelli che riteniamo possibili correttivi migliorativi della nostra realtà locale, nella speranza che aprano un varco e che possano sollecitare un passo avanti, un onorevole compromesso tra vecchio e nuovo. L’isola “verde” non può aver perso del tutto la linfa vitale che dia vita a nuove piante.

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