LE OPINIONI

Il lutto, negarlo è più doloroso

La parola “lutto” deriva dal latino luctus e significa pianto. Il pianto è il modo con il quale il cervello prima trasforma in materia (le lacrime) e poi scarica fuori le emozioni dolorose, per evitare che si accumulino nel corpo trasformandosi in tossine, quindi il pianto ha una funzione molto precisa per il nostro organismo. Non necessariamente il lutto è legato alla morte, infatti anche la rottura di una relazione amorosa, può provocare sentimenti simili di abbandono e perdita (esiste infatti il “lutto” nella separazione coniugale), così come può verificarsi un lutto legato ad una perdita lavorativa che può creare sentimenti e pensieri di tipo depressivo e ansiogeno.   

Oggi però parlerò della morte intesa come la fine dell’esistenza corporea che può arrivare nelle nostre vite attraverso la perdita di persone per noi importanti, attraverso una diagnosi infausta che riguarda noi o altri oppure, più semplicemente, condizionarci con la paura di morire o che altri muoiano. Quando si verifica la morte di una figura significativa (un genitore, un figlio, un fratello, un amico particolarmente caro), l’assenza fisica crea una intensa sensazione di mancanza e una acuta sofferenza sia psicologica che fisica, che si può esprimere con la chiusura psichica, accompagnata dal disperato desiderio di non andare più avanti, di non vivere più senza colui/colei che era così importante da rappresentare non solo un affetto, ma anche un punto di riferimento e di appoggio. La morte di un figlio in particolare porta con sè tale e tanto dolore da travolgere la coppia genitoriale fino a portarla, per l’emersione di vissuti negativi e di reciproca colpevolizzazione, alla rottura. Affrontare il tema della morte di una persona cara non è mai semplice, soprattutto quando dobbiamo spiegarlo ad un bambino. I bambini hanno bisogno di sapere la verità, sempre. Questo non significa entrare in tecnicismi e particolari incomprensibili ma evitare di dare notizie con esiti fantastici con frasi come “quando si muore si va in cielo”.

Un esempio di cosa dire potrebbe quindi essere: “Quando qualcuno muore il corpo smette di funzionare, diventa freddo e il cuore non batte più. Il corpo non si muove più, non sente più nulla, nessun dolore … le persone morte resteranno morte per sempre, e non torneranno mai più in vita. Le persone morte non sentono freddo e non hanno bisogno di mangiare o di bere”. Capisco che utilizzare questa modalità potrebbe apparire “difficile” e quasi inconcepibile per alcuni di noi, poiché il nostro istinto è quello di proteggere i bambini da tutto ciò che potrebbe far loro del male, ma è importante comprendere che, il tentativo di tutelare ad ogni costo rischia però di diventare controproducente e avere effetti dannosi per il bambino. Per dare un senso a ciò che è accaduto, il bambino ha bisogno di spiegazioni semplici e dirette, così da riuscire a far fronte alla verità, non importa quanto sia drammatica e dolorosa. Vi riporto alcuni esempi di risposte, semplici e chiare, alle domande più frequenti che i bambini fanno sul tema della morte:

• Cos’è la morte? La morte è quando il corpo di qualcuno smette di funzionare, non respira più, non mangia o beve. Il corpo diventa freddo e rigido.

• Perché le persone muoiono? Il corpo può essere stato danneggiato da un incidente, oppure potrebbe aver avuto una malattia molto grave che i dottori non hanno potuto curare.

• La morte dura per sempre? Sì, quando qualcuno muore, niente e nessuno potrà portarlo nuovamente in vita.

• Morirò? Un giorno. Moriamo tutti, di solito quando diventiamo molto vecchi. Non morirai perché qualcuno che conosci bene è morto.

• È stata colpa mia? Non è colpa tua se è morto. Essere capriccioso non fa morire le persone. Così come essere buono e amorevole non fa vivere le persone più a lungo. I pensieri positivi o negativi su qualcuno non li fa vivere o morire.

I bambini reagiscono al dolore della morte di una persona cara in maniera diversa dagli adulti: in età prescolare pensano che la morte sia qualcosa di reversibile, influenzati dai cartoni animati o dalle favole, dove tutto può succedere. Nella preadolescenza invece i bambini pensano che la morte sia qualcosa che non accadrà mai a nessuno che conoscono. È fondamentale essere sinceri poiché tutto ciò che non diciamo verrà ricostruito, dal bambino, tramite le conoscenze “fantastiche e magiche” di cui dispone, e questo porterà ad esiti più catastrofici. È importante normalizzare il fatto che il lutto legato alla perdita è una reazione normale ed inevitabile, che ha una sua evoluzione divisa in fasi. La prima fase può essere definita di stordimento e confusione mista a incredulità. La seconda fase è caratterizzata dalla rabbia e dalla ricerca della persona cara. La terza fase è quella della disperazione. Infine per naturale sopravvivenza si attraversa l’ultima fase che è quella dell’accettazione della perdita. La psicoterapia può aiutare ad affrontare e superare le difficoltà che si vivono dopo una morte e ad elaborare il lutto analizzando, insieme al terapeuta, tutto ciò che è accaduto e com’è stato vissuto.

In terapia si pone particolare attenzione a quel meccanismo di difesa per cui il ricordo di una persona che non c’è più viene rimosso, perchè fa troppo male. Questo crea nel tempo l’accumulo di altra sofferenza. La terapia serve anche ad affrontare il senso dell’abbandono e la tendenza a colpevolizzare chi ci ha lasciati, trovando contemporaneamente la possibilità di esprimere la sofferenza e tirare fuori le proprie emozioni. Chi ci ha amato, continuerà a farlo nella nostra mente e nel nostro cuore, sempre se lo rendiamo un “ambiente” ospitale, perché non esiste separazione definitiva finchè esiste il ricordo.

Liberamente” è curata da Ilaria Castagna, psicologa, laureata presso l’Università degli Studi de L’Aquila, specializzanda presso la Scuola di Psicoterapia Cognitiva Comportamentale di Caserta A.T. Beck

Tel: 3456260689 Email: castagna.ilaria@yahoo.com

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