CULTURA & SOCIETA'

Il respiro dell’isola, tra terremoti e vulcani Intervista al ricercatore Sandro de Vita

Se la politica locale (e non solo) sembra impegnata, con alterne fortune e tempi estenuanti, nella progettazione di una ricostruzione post-sisma, la scienza si occupa di mitigare i rischi degli eventi naturali: rischi sismici, vulcanici e geo-idrologici. Cultura della conoscenza, quindi della prevenzione. Perché un vulcano quiescente, o a riposo, non vuol dire che non possa risvegliarsi

A volte la Terra sembra destarsi da un sonno profondo, scossa da tremori che rimbalzano da un luogo all’altro, o colpita da fuoco, pietre e lava incandescente. Difficile dire quanto terremoti o eruzioni di magma siano strettamente connessi tra loro. O in che misura il rischio sismico dell’isola d’Ischia sia collegato direttamente al suo sistema di alimentazione vulcanico.

In una prospettiva geologica ad ampio raggio, senza le attività magmatiche avvenute in passato, e senza le grandi eruzioni esplosive di Tufo Verde del Monte Epomeo, l’isola non esisterebbe. Vulcano quiescente ma non estinto, dunque. Negli ultimi 5.000 anni, infatti, sono state registrate almeno 35 eruzioni effusive ed esplosive, localizzate nella parte orientale dell’isola, che hanno originato duomi lavici, coni di scorie, anelli di tufo, e prodotto sia colate laviche, sia depositi legati a flussi piroclastici e a ricadute di ceneri e tephra. Nel febbraio 1302 un’eruzione da un cratere apertosi in zona Fiaiano produsse emissione di lava per circa due mesi, originando una colata (Colata dell’Arso) che raggiunse il mare in prossimità dell’attuale porto, distruggendo l’antico centro urbano.

Gli scienziati di tutto il mondo monitorano ogni giorno l’attività dei vulcani. In alcuni casi, lo fanno per assicurarsi che le persone che vivono in prossimità siano sempre al sicuro. In altri casi, per preparare importanti spedizioni scientifiche e studiare così la composizione della Terra. Se la politica locale (e non solo) sembra oggi impegnata, con alterne fortune e tempi estenuanti, nella delicata progettazione di una ricostruzione possibile (in aree – lo ricordiamo –  tra le più sismiche del territorio), la scienza si occupa di mitigare i rischi degli eventi naturali: rischi sismici, vulcanici e geo-idrologici. Cultura della conoscenza, quindi della prevenzione.

Sui rapporti tra vulcanesimo e terremoti, Il Golfo ha sentito il vulcanologo Sandro de Vita. Nato a Napoli nel 1960, dal 1993 è dottore di ricerca in Vulcanologia e, attualmente, primo ricercatore presso l’Osservatorio Vesuviano (sede napoletana dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia). I suoi interessi scientifici riguardano la vulcanologia fisica, la stratigrafia, la sedimentologia, la geologia strutturale e la geomorfologia. I suoi studi vulcanologici sono soprattutto indirizzati alla definizione della pericolosità e alla mitigazione del rischio vulcanico, attraverso la comprensione dei meccanismi eruttivi dei principali vulcani italiani. Ischia compresa.

Esiste un rischio attuale di crisi vulcanica per l’isola?
Ischia è un vulcano quiescente, al momento. Significa che il bacino magmatico di alimentazione non è sostenuto dall’arrivo di nuovo magma, che sarebbe messo in evidenza da deformazioni significative del suolo. In altri termini, il monte Epomeo continuerebbe a salire, mentre invece sta avvenendo il contrario: si abbassa.

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E’ possibile, in tempi relativamente brevi, un accumulo di energia sismica pari a quella che ha generato il terremoto dell’agosto 2017? O si tratta di un’ipotesi improbabile?

Gli ultimi studi condotti a seguito del terremoto 2017 ci hanno permesso di capire che queste scosse sismiche sono connesse con l’abbassamento del Monte Epomeo, quindi con la contrazione del sistema vulcanico, cioè la cd. subsidenza. Un lento e progressivo sprofondamento. Il raffreddamento e degassamento determinano il cedimento sotto il peso stesso dell’Epomeo: è questo che ha provocato l’ultimo terremoto. In questo senso sono scosse che possono sempre verificarsi, anche in tempi brevi, ma non sono direttamente connesse con l’alimentazione vulcanica. Fanno parte del sistema dell’isola, connesse cioè con un momento di contrazione che sta riguardando Ischia.
Perché proprio quell’area tra Casamicciola e Lacco Ameno?
Nel corso della sua risalita, il monte Epomeo lo ha fatto sotto la spinta di un magma che veniva dal profondo, ma è risalito in maniera asimmetrica. La spinta è avvenuta maggiormente sul lato a nord, determinando il massimo sollevamento in corrispondenza della cima dell’Epomeo, che rappresenta la parte nord occidentale del blocco. Allo stesso modo, quando è venuta meno la spinta del magma, l’Epomeo si abbassa più velocemente dove prima è risalito di più. Sono le stesse faglie che si mettono in movimento in discesa esattamente come avevano fatto in risalita. Ecco perché la zona maggiormente interessata dai sisma è quella che riguarda Casamicciola e Lacco Ameno.

Esiste un collegamento diretto con il dinamismo dei Campi Flegrei o si tratta di due attività indipendenti e autonome? Qual è il rapporto tra queste zone?
L’intera area vulcanica napoletana ha un’origine geo-dinamica comune; un bacino magmatico a grande profondità, intorno ai 10 km, che alimenta le attività di tutti e tre i vulcani: Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia. Tuttavia, nella risalita, il magma segue strade diverse. Ci sono fratture crostali, a livello superficiale, tengono separati in modo netto i tre distretti vulcanici. Ecco perché ognuno evolve in maniera indipendente dall’altro. Questo significa che il degassamento dell’isola d’Ischia non determina un minor rischio al Vesuvio che pertanto, da un punto di vista superficiale (negli ultimi 5 km di crosta), si comporta in maniera completamente diversa. Così come i Campi Flegrei, in cui il magma è presente a una profondità di circa 4 km. Tre vulcani che si comportano in modo diverso, tanto è vero che i prodotti dell’eruzione sono caratterizzati da un chimismo differente, consentendoci di capire, proprio attraverso l’analisi delle ceneri, quali sono stati prodotti da Ischia, quali dai Campi Flegrei e quali dal Vesuvio. Anche se, ovviamente, è la dinamica generale dell’area ad aver determinato la presenza dei tre vulcani.
La direttrice dell’Osservatorio Vesuviano Francesca Bianco si è detta soddisfatta della rete di monitoraggio esistente sul territorio. A Ischia esistono vulcani emersi e sommersi. Come vengono monitorati? Esistono dei rischi per i vulcani sottomarini?
Anche i vulcani sottomarini della zona flegrea sono tutti mappati. Esiste una planimetria di dettaglio che ci ha permesso di capire quali erano i centri attivi dell’isola d’Ischia, anche nel passato. Le bocche vulcaniche presenti a mare fanno parte del passato della storia geologica dell’Isola e non presumiamo che siano quelli che più probabilmente possano riattivarsi in futuro. L’evoluzione recente dell’isola, con la formazione della caldera e la successiva risorgenza del Monte Epomeo, ha fatto sì che l’attività vulcanica si andasse via via accentrando. Quindi in questa fase storica, l’area attiva da un punto di vista vulcanico, è principalmente quella orientale. Gli ultimi 10.000 anni di evoluzione dell’isola sono caratterizzati da eruzioni quasi esclusivamente in quella zona. Ed è quello che ci aspettiamo possa accedere nel caso di una ripresa, si immagina molto lontana, dell’attività eruttiva.

Esiste un modello di studio ad hoc per Ischia ?
I criteri che usiamo si applicano per tutti i vulcani: si parte dalla stratigrafia per ricostruire l’evoluzione geologica del luogo, e si arriva ai sistemi di monitoraggio che tengono sotto controllo i possibili movimenti del magma in profondità. Per l’isola d’Ischia, quello che stiamo facendo è cercare di capire come si potrà comportare in futuro o come potrà evolvere questo meccanismo di risalita del magma. Le vicende del passato sono note e registrate dalle rocce. Anche i fossili ci aiutano a dimostrare questi movimenti. Per non parlare delle frane colossali  che si sono verificate sull’isola a più riprese. Il Fungo di Lacco Ameno, ad esempio, è il blocco di un’enorme frana che si è distaccata dal versante settentrionale del monte Epomeo. Ad ogni input o impulso di  sollevamento dell’Epomeo, corrispondeva un disequilibrio, quindi la formazione di queste frane.
E oggi?
Quello che vediamo adesso attraverso la geofisica e il monitoraggio è invece l’abbassamento del Monte Epomeo, che si misura con rilevazioni di precisione, attraverso l’uso di GPS, e ci dice che l’Epomeo si sta abbassando di pochi centimetri all’anno. E’ ciò che provoca queste scosse di terremoto. Contrariamente a quanto sta accadendo ai Campi Flegrei, dove registriamo invece un innalzamento o fenomeni di bradisismo. Questo ci fa capire come il respiro della terra determini un rigonfiamento o un abbassamento a seconda dell’alimentazione che arriva dal profondo.
A proposito di evidenze, lei ha curato insieme al collega Mauro Di Vito la nuova sezione geologica del Museo di Pithecusae a Lacco Ameno. Cosa racconta a un visitatore?
Attraverso i campioni raccolti dall’archeologo Giorgio Buchner nel corso della sua lunga attività di ricerca sull’isola, la sezione mostra l’interazione tra la vita dell’uomo e i fenomeni naturali che hanno interessato l’isola d’Ischia e gli insediamenti umani.
Quali sono i criteri che vi hanno guidato nella scelta e nell’allestimento?
Siamo partiti dalla collezione di rocce e di fossili raccolti, perchè rappresentativi di tutta l’evoluzione geologica dell’isola. Abbiamo deciso di esporre questi campioni secondo un ordine cronologico, sulla base dell’età di formazione delle singole rocce, per condurre il visitatore lungo la storia naturale di Ischia. Fino a quando è arrivato l’uomo e ha interagito con questi fenomeni. A corredo della semplice esposizione dei campioni, abbiamo poi impiegato strumenti più moderni: in ogni vetrina abbiamo sistemato cornici digitali che spiegano il significato dei campioni esposi, ne mostrano il luogo di affioramento e di campionamento, ne spiegano il meccanismo di formazione. Così come il video posto alla fine del percorso che spiega tutti i meccanismi vulcanici che hanno determinato la formazione delle rocce esposte: dalle semplici colate di lava alle più violente eruzioni esplosive.
E le cassettiere con i fossili?
Hanno un’importanza fondamentale nella ricostruzione degli ambienti in cui si sono formati. Poiché oggi non si trovano a livello del mare, ma perfino a 500mt di quota, questi fossili dimostrano come, formatisi sott’acqua, siano stati sollevati a quote più alte per effetto delle spinte geodinamiche. A Piano San Paolo, ad esempio. O ancora più su. Sono evidenze che dimostrano come l’isola abbia subito processi deformativi indotti dalla spinta del magma che ne hanno consentito la risalita fino alla quota in cui si oggi trovano. L’ambiente di formazione ci permette di risalire alla profondità in cui queste rocce si sono formate; lo studio di microfossili, di ricostruire l’età in cui si sono formate, quindi a quantificare i processi deformativi nel corso dei millenni.
Un’ultima domanda sull’Osservatorio geofisico della Sentinella a Casamicciola. Quali prospettive auspicherebbe?
Noi ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano, in particolare, abbiamo spinto più volte per farne sia un importante centro di monitoraggio, un polo di diffusione della cultura dei fenomeni naturali. La conoscenza di questi fenomeni, e dei possibili pericoli, è alla base della mitigazione del rischio, quindi della difesa. Musealizzazione e info-point sui pericoli sismici e vulcanici, ma anche centro di studio sulle potenzialità del territorio che gli derivano da queste caratteristiche. Un vulcano attivo non è solo una minaccia, è anche una fonte di enorme ricchezza. Nella maggior parte dei casi, i vulcani possono rimanere quiescenti per secoli. Tempo durante il quale l’uomo può sfruttarne tutte le risorse. Da questo scaturisce la necessità di valorizzare il prezioso patrimonio geologico e naturalistico dell’isola.

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