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L’allarme di Lucia Monti: «Il bullismo è una piaga anche sull’isola»

La dirigente della SMS “G. Scotti” di Ischia fa il punto sull’anno scolastico che sta per iniziare ma sottolinea anche come va tenuta alta l’attenzione su una problematica che anche dalle nostre parti si annida in maniera pericolosa

L’anno che è andato in archivio è stato quello della ripartenza anche se, a dire il vero, qualche patema c’è stato con una situazione sempre in divenire. Quello che inizierà a settembre, salvo complicazioni, dovrebbe essere tranquillo. Posso chiederle di giudicare l’anno che è passato e di darci qualche dritta sull’anno che verrà?

«L’anno 2021/2022 è stato il più complicato in assoluto perché in corso d’opera arrivavano restrizioni, contraddizioni, smentite, repliche e si aveva la sensazione di ricominciare sempre daccapo. Dare indicazioni ai genitori sulla questione dei tamponi, degli alunni positivi o di altri aspetti collegati al covid non era semplice proprio per questo clima di caos che dovevamo affrontare. Spero che il prossimo anno, almeno sotto questo punto di vista, porti una situazione di maggiore tranquillità e chiarezza».

In un anno particolare come questo secondo lei in che cosa la scuola ha funzionato meglio e in che cosa, invece, poteva e doveva fare meglio?

«Sicuramente la scuola ha funzionato meglio quando abbiamo eliminato il doppio ingresso. Ne avevamo uno alle 7,55 e un altro un’ora dopo. Con un personale a numero ridotto, onestamente, non era facile sanificare gli ambienti e dedicarsi allo stesso tempo a un doppio ingresso. Non essendo più obbligatoria la misurazione della temperatura, credo che fare un solo ingresso sia stata la scelta più giusta perché ha semplificato la procedura e ci permesso di avere un margine di manovra più ampio. Per quanto concerne gli aspetti che potevano funzionare meglio, ritengo che la didattica a distanza sia stata sì utile, ma non proprio il massimo per far apprendere le nozioni ai nostri studenti. Credo che non abbia funzionato al meglio, anche se questo è un aspetto che non coinvolge solo noi, ma tantissime altre scuole. Quando i ragazzi sono tornati tra i banchi hanno dedicato maggior tempo allo studio e i risultati si sono visti con un rendimento più che soddisfacente».

In questi anni come è cambiato l’insegnamento o il modo di insegnare ai ragazzi della cosiddetta generazione Z, o nativi digitali?

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«I ragazzi di oggi non sono più quelli di una volta e, di conseguenza, la scuola deve adeguarsi. L’unico modo per stare al passo coi tempi è quello di fare dei corsi di aggiornamento e di formazione, un qualcosa che, a dire il vero, abbiamo cominciato a fare già da quest’anno e che continueremo a fare con il prossimo. Oggi i giovani sono iperattivi e il nostro compito, come docenti, è quello di dargli impulsi e stimolazioni affinché possano tenere alta l’attenzione durante le lezioni. I ragazzi della generazione Z hanno qualsiasi mezzo di comunicazione a diposizione per informarsi, basti pensare ai computer e agli smartphone. Hanno la possibilità di navigare su internet in qualsiasi momento e questo permette loro di entrare in contatto con l’esterno. Proprio per questo noi dobbiamo essere ancora più stimolanti in quello che facciamo, proponendo un nuovo metodo di insegnamento che veda coinvolti in prima fila i più giovani. Altrimenti il rischio è che gli studenti si annoino, mentre lo studio deve essere qualcosa di dinamico e di piacevole».

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«Noto che c’è un diffuso malessere tra i ragazzi tant’è che alcuni di loro arrivano per puro divertimento a vessare i propri compagni o ad assumere degli atteggiamenti che oltrepassano le regole del vivere in società»

Quanto è importante la scuola media che funge da ponte tra la scuola elementare in cui si è ancora bambini e la scuola superiore dalla quale si esce già adulti?

«Lei ha toccato un tasto dolente perché non si capirà mai l’importanza della scuola secondaria di primo grado che è quella che getta le basi per la formazione di uno studente. I nostri ragazzi delle medie sono ancora acerbi e molto ricettivi. Assorbono ogni nozione ed è per questo che dobbiamo essere bravi a stimolarli, facendo capire loro che il percorso dei tre anni che hanno davanti deve essere una straordinaria occasione per approcciare con calma alle scuole superiori. Molti di loro sono attenti e dimostrano di voler apprendere con uno atteggiamento di partecipazione. È proprio della fascia di età che va dai 10 ai 14 anni questa incredibile voglia di essere propositivi. Ecco, la sfida della scuola secondaria di primo grado è quella di incanalare questa voglia di apprendere dei più giovani per creare le basi per il loro futuro».

In generale, quale è lo stato di salute della scuola isolana?

«Molti docenti non hanno compreso quanto sia importante la formazione. Deve essere una parte essenziale del loro lavoro perché la scuola è cambiata e non è più quella di una volta. Capisco che aggiornarsi costantemente sia complicato e faticoso, ma oggi chi intraprende questo mestiere deve tener presente che il formarsi deve diventare una specie di abitudine. Dobbiamo entrare nell’ottica che è necessario invertire la rotta partendo proprio dai docenti che devono stare al passo coi tempi. I corsi di aggiornamento per gli insegnanti negli ultimi due anni sono stati molto difficili perché si sono tenuti da remoto. Lo smart working sicuramente è stato importante nei periodi di lockdown, ma ha fatto sì che calasse un po’ l’attenzione durante i corsi. Avere a che fare con i colleghi di persona è sicuramente più gratificante ed edificante rispetto allo stare dietro a un computer».

Ultima domanda: quanta attenzione bisogna prestare al fenomeno del bullismo a scuola? L’isola è ancora un luogo felice oppure ci sono dei segnali allarmanti?

«Bisogna tenere altissima l’attenzione sul tema del bullismo sia a Ischia che in altri luoghi. Questo fenomeno è una piaga sociale che attanaglia la scuola ormai da tanti anni e non ci sono zone che possono dirsi al riparo. Di conseguenza, anche sulla nostra isola il bullismo è un triste realtà e bisogna contrastarlo con ogni mezzo, senza esitazione alcuna. Noto che c’è un diffuso malessere tra i ragazzi tant’è che alcuni di loro arrivano per puro divertimento a vessare i propri compagni o ad assumere degli atteggiamenti che oltrepassano le regole del vivere in società. Il nostro compito è quello di intervenire affinché i giovani non vivano più in uno stato di noia e di malessere permanenti. Accanto al bullismo perpetrato negli spazi della scuola, c’è anche il cyberbullismo che forse è ancora più pericoloso e preoccupante dal momento che si annida sui social, nelle chat e nella rete. Proprio per combattere queste realtà, quest’anno abbiamo deciso di attivare un progetto molto interessante che ha coinvolto tutti le categorie che ruotano attorno al mondo scolastico, ovvero insegnanti, genitori, personale ATA, dirigenti e, ovviamente, gli studenti. Abbiamo fatto una formazione con l’associazione di papà Picchio che alcuni anni fa ha visto andarsene per sempre sua figlia Carolina, vittima di cyberbullismo. Il signor Picchio ha sensibilizzato tutti su questi temi così importanti, portandoci la sua testimonianza e facendo capire a tutti noi che la lotta al bullismo e al cyberbullismo deve essere senza sosta. Non vanno presi sotto gamba i primi segnali che alcuni adolescenti manifestano perché possono diventare dei campanelli d’allarme. Quest’anno abbiamo gettato le basi con il progetto e sono certa che continueremo anche l’anno prossimo con l’obiettivo di sensibilizzare il più possibile le persone e far capire che non bisogna rimanere indifferenti davanti a simili realtà».

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