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Cosa resterà, di queste “nostre” proposte

 

di Graziano Petrucci

Giovan Giuseppe Mazzella – più conosciuto come “Mizar” – storico collaboratore di questo giornale, ha pubblicato nella sua rubrica “Sottotiro” la lettera che ha indirizzato qualche giorno fa al Comandante della Polizia Municipale di Ischia. Nella missiva, prima protocollata al Comune con il numero 4826 dall’autore il 16 febbraio, Giovan Giuseppe ha chiesto al Comandante Pugliese di far rispettare le due ordinanze deliberate dall’amministrazione Comunale. Quella sui terreni incolti e, l’altra, sull’uso dei saponi biodegradabili. I temi suggeriti da Mizar, entrambi importanti per l’impatto e per gli effetti che potrebbero produrre – se applicati, ovviamente -, qualche tempo fa sono stati presi in carico dall’amministrazione che li ha presi in considerazione e trasformati in delibere. Forse si tratta di un caso più unico che raro, come si dice. O forse no. Sorvolando sulla quantità di energia spesa per portare gli argomenti all’attenzione del Consiglio Comunale e della cittadinanza, il meccanismo che ha consentito di discuterne e recepirle a volte è stato fumoso. In certi casi la ragione ha avuto nella burocrazia e in altri nell’ostruzione, da parte di quella lungimiranza ristretta di una politica zoppa che esprime un’attività neuronale poco collegata con il progresso e l’evoluzione della specie umana, il suo massimo splendore. Mettendo da parte la scarsa rilevanza che ha dato certa stampa “locale” – cosa di cui ha detto Gaetano Ferrandino nel suo “pensieri in libertà” – la questione mostra un aspetto niente affatto di poco conto. Partiamo dalla certezza che non stiamo vivendo un bel periodo. Immobilismo, deficienza di creatività oltre la soglia limite e confusione rappresentano l’impalcatura mentale che ci impedisce di individuare una direzione e i passi per percorrerla. Che la classe politica, poi, in senso più ampio possiamo riferirci alla così detta classe dirigente e a quel mondo produttivo fatto di imprenditori, si erga su questa costruzione e sia di fatto paralizzata tranne che per le cazzate; e sia poco permeabile a certe proposte che sarebbero in grado di avviare processi risolutivi di temi complicati ormai è un dato acquisito. Ciò che meraviglia, ma non più di tanto, è che un tale atteggiamento si verifica rispetto al fatto che certe idee celano una visibilità potenziale. La quale, in termini di comunicazione e trasmissione di un messaggio chiaro, può trasformarsi – con i dovuti accorgimenti da parte degli uffici a ciò dedicati– in una visibilità esponenziale per il territorio, per chi se ne fa promotore, esecutore e paladino dell’applicazione che spesso disegna i tratti dell’innovazione. Consigli che, certe volte, sono semplici da realizzare e i cui effetti benefici per la società sono provati dalla loro stessa applicazione concreta che ne regola la crescita in forma nuova e certe volte contribuiscono al cambio di paradigma, economico e più in generale di crescita pure in termini di sostenibilità. Davvero siamo convinti di meritarci questa “classe dirigente”? Se si votasse domani, siate sinceri con voi stessi anche se la risposta può sembrare scontata, chi preferireste tra chi si adopera per rendervi la vita migliore, o che tende a farvi risparmiare, tradotto, pagando poche tasse a fronte di un’offerta ampia di servizi, e quella parte della politica amministrativa che non perde occasione di sventolare soltanto il proprio vessillo personale che si vada dal primo cittadino passando per chi è parte di giunte o consigli comunali? Chi favorireste tra chi vuole operare, progettare e costruire per la collettività per smontare quell’impalcatura di cui sopra e darle quel progresso in termini economici, avanzando concretamente proposte o accogliendole – come nel caso di Mizar – nei Consigli Comunali e chi invece vuole solo apparire per il numero di voti pari solo alla sua incapacità e presunzione di conoscere tutto? Non c’è niente da fare. Sebbene ci sia qualche eccezione siamo stretti nella morsa dell’inettitudine. Che da un certo punto di vista può andarci bene se vogliamo adattarci a ribasso e soccombere alla paura del cambiamento ed evitare di mettere in moto il meccanismo sociale che per svilupparsi necessita del confronto. La considerazione, a questo punto, è un’ altra. Che siamo governati dall’incapacità di ascoltare chi ne sa – e conosce – più degli altri. E ognuno fa di quest’aspetto la punta di diamante che in se lo caratterizza eliminando ogni possibilità per realizzare il gioco di squadra (quello tra la collettività che fa proposte e l’amministrazione che le discute è una declinazione possibile di questa “collaborazione” che già avviene in altre località attraverso un sito istituzionale dell’ente locale), erodendo ogni occasione di sviluppo. Senza farla troppo lunga siamo governati da geni. Nel cui DNA mancano però quelli capaci di capire quando è il momento di uscire dalla fase dell’adolescenza, diventare grandi e caricarsi del peso della scelta per rendere migliore il paese che li ha eletti. E non solo per mettere il culo su qualche sedia o per dire “io c’ero”.

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