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Fuochi, artifici e raggiri

di Graziano Petrucci

Nel caso avessimo bisogno di un’ulteriore prova su quanto siamo diventati noiosi, ci divertiamo ad essere rincoglioniti e la nostra sia ormai una crisi irreversibile fatta di tentativi per allontanare ogni fine d’anno la vacuità che ci costruiamo e di cui siamo gli attori principali, ve la servo su un piatto d’argento. In prossimità del benvenuto al 2016, che come gli anni passati dopo fiumi di bollicine ci vedrà imbarcati su trenini chilometrici a urlare canzoni brasiliane accompagnati dalle note di «A-E-I-O-U IPSELON», con il compito di ricordarci che tra un po’ ferragosto sarà alle porte c’è chi ha preso la buona abitudine di mitragliare con traccianti pure Natale e Santo Stefano. L’intenzione, si capisce. Nasconde il tentativo di emulare con batterie di cipolle bombarole qualche zona calda del Medio Oriente per poi tornare a confondersi nella scemità diffusa a macchia d’olio nel mondo senza grossi problemi. Tuttavia è evidente che la voglia di festeggiare il compleanno convenzionale di Gesù Cristo, che dopo duemila anni non si direbbe ma ha ancora una bella cera rispetto a noi che abbiamo perso smalto e carattere, non pone limiti alla creatività umana che in particolari periodi dell’anno ha necessità di esplodere a ribasso. E guarda caso deve farlo con il rumore rintronante dei fuochi d’artificio anche a capodanno, quasi fosse un atto dovuto perché altrimenti non è festa. In fin dei conti più casino si fa, più spazio si da al fracasso e più ci si dimentica di essere idioti. Del resto, si capisce bene, si tratta pur sempre di una ricorrenza. Segue la scia delle processioni dei santi in cui ogni parrocchia fa a gara con le altre per mostrare che le proprie capacità nella scelta del «fuochista» e quella di mandare in fumo un mucchio di soldi sono due facce della stessa medaglia e non hanno rivali. Un po’ come fanno i comuni che se ne vanno ognuno per conto proprio e alla fine creano solo un gran casino. Questa prassi consolidata che è abbastanza lontana dalla nostra cultura mostra che c’è qualcosa di deviato, simile ai matrimoni sfarzosi tenuti in piedi da prestiti e mutui dopo aver dato in garanzia l’argenteria della nonna o essersi indebitati fino alle mutande. Allo stesso modo di quelle feste di laurea o di diciotto anni in cui pargoli diventati adulti vengono celebrati dai genitori perché, finalmente, sono entrati nel mondo dei grandi. Come se bastasse esonerarli dal prendere decisioni da soli e fosse lecito condizionarli e spingerli trepidanti prima a studiare poi a sposarsi e mettersi in fila ordinati ad assecondare una posizione stabile con il «buon partito», che rimane un classico, e assolvere come animali in gabbia inconsapevoli il compito di soddisfare «mammà e papà» e la continuazione della specie. Qualcuno poi ha la fortuna di accorgersi magari dopo vent’anni che quella non era la vita che avrebbe voluto e apre le porte alla crisi. Si amplifica, insomma, la quantità di gente che ad un certo livello, basso, della scala evolutiva, nell’illusione di esserne lontana, prenota specie in occasione delle feste un posto in prima fila e ne va pure fiera. Sono circa 850 i comuni – trenta in più rispetto al 2011-  che in Italia hanno vietato i fuochi d’artificio, in particolare nel periodo che va dal 24 dicembre al 7 gennaio 2016. A Bologna i trasgressori vengono sanzionati con 500 € di multa. Tra le località che hanno proibito l’imbecillità tradotta in razzi e mortaretti ci sono Milano, Bologna appunto, Genova, Torino, Bari e Cortina d’Ampezzo. Finanche un comune del napoletano, Casamarciano, ha negato le esuberanze pirotecniche. Il motivo è duplice. I botti, in particolare quelli inesplosi, sono un pericolo per persone e animali. Naturalmente oltre al discorso sulle statistiche che metteranno al centro feriti e danni, la distinzione netta andrebbe fatta tra pirotecnica “legale” e “illegale”. Tuttavia possiamo sempre seguire l’esempio di Lauro, che starebbe per tagliare i ponti con la Siremar, e abbandonare questo modello per tutelare il portafoglio e limitare i danni poiché si tratta di una vera e propria falla nella gestione dell’emotività collettiva. Mettiamola così. Se proprio vogliamo celebrare l’arrivo del nuovo anno possiamo investire quel denaro in beneficienza. Per chi ne ha bisogno o si trova ai margini della società. Anche a Ischia, beninteso, sono tanti e più di quanto si pensi. Allo stesso tempo potremmo augurarci il buon anno con un enorme flash mob liberando nel nostro cielo una lanterna cinese per famiglia. Sarebbero circa trentamila lumi a renderci parte di una cultura diversa della festa, esempio cui associare un messaggio di speranza per noi stessi e al globo. Una cosa tipo «Fermate il mondo, voglio salirci». Inoltre, e questo forse è l’elemento più interessante, smetteremmo di essere omuncoli ipocriti oltre che stupidi. In un sol botto.

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