LE OPINIONI

«Caffè Scorretto» «Prezzi pazzi, tutti pazzi e svuotati»

Un chilo di pomodorini a Ischia costa più che a Napoli? Sembrerebbe sia così, anche per i “costi” di trasporto secondo un assioma consolidato. Tuttavia può pure capitare di non trovare prodotti sugli scaffali. Due circostanze che prese separatamente hanno ciascuna una spiegazione. Messe insieme, raccontano qualcosa di meno rassicurante sul modo in cui un’isola affronta la sua quotidianità. Nei giorni scorsi, il confronto di massima tra i prezzi praticati sulla terraferma e quelli rilevati in alcuni supermercati isolani, con le dovute rettifiche replicate dai legali delle società citate dopo il precedente approfondimento, ha riportato al centro una domanda elementare. Insomma su quanto costi davvero portare la merce (cibo, bevande, generi alimentari, benzina) a Ischia si dovrebbe ricostruire un ragionamento, anche di tipo politico.

Nei giorni scorsi, il confronto di massima tra i prezzi praticati sulla terraferma e quelli rilevati in alcuni supermercati isolani, con le dovute rettifiche replicate dai legali delle società citate dopo il precedente approfondimento, ha riportato al centro una domanda elementare. Insomma su quanto costi davvero portare la merce (cibo, bevande, generi alimentari, benzina) a Ischia si dovrebbe ricostruire un ragionamento, anche di tipo politico

Il mare comporta spese, questo è fuori di dubbio. Ma sembrerebbe – a detta di molti – che complice una distrazione permanente il carrello isolano sia diventato pesante, e quasi vuoto. Cosa che dovrebbe chiedere una verifica sui numeri, non indulgenze preventive come spesso accade in altri settori (come nella Sanità). Poi è arrivata la protesta degli autotrasportatori contro il caro carburante. Dal 16 ottobre le difficoltà nelle operazioni di carico presso le piattaforme logistiche campane hanno rallentato o interrotto le forniture. Non è il mare, questa volta, a trattenere i camion. La merce rimane sulla terraferma e gli scaffali “scoglio-nati” cominciano a svuotarsi.

La merce rimane sulla terraferma e gli scaffali “scoglio-nati” cominciano a svuotarsi. Il paradosso? il consumatore che soggiorna a Ischia deve fare i conti con prezzi più alti – in ogni settore, non solo per il cibo – e quando la catena dei rifornimenti si inceppa, neppure il numero più alto gli garantisce di trovare ciò che cerca

Il paradosso? il consumatore che soggiorna a Ischia deve fare i conti con prezzi più alti – in ogni settore, non solo per il cibo – e quando la catena dei rifornimenti si inceppa, neppure il numero più alto gli garantisce di trovare ciò che cerca. Il denaro, almeno per una volta, non garantisce nulla. Bisogna che il prodotto esista e che riesca ad arrivare. Ciò apre un filone di discussione che non solo s’intreccia con altre, a quelle che riguardano i collegamenti marittimi per le persone o quelle sulla continuità territoriale passando per il recente blackout di telefoni e internet di qualche settimana fa, ma appare trito e ritrito. Nitrito di cavalli o raglio di asini, potrebbe obiettare qualcuno. Un’isola dipende necessariamente dai collegamenti. Non è la scoperta dell’acqua calda, ma una condizione che dovrebbe suggerire di allungare la coperta con una nuova organizzazione e una rinnovata capacità di prevenire le emergenze. Quando tutto funziona, il disagio rimane nascosto dietro le abitudini. Quando qualcosa si ferma, al contrario, emerge la fragilità di un sistema che non può permettersi di considerare ordinario ciò che ordinario non è. L’interruzione delle forniture essenziali diventa un fatto poco astratto e molto discutibile. Il disagio, del resto, non riguarda soltanto il carrello della spesa. Basta guardarsi intorno. L’isola mostra – anche nella sua società che sta perdendo, o forse ha già perduto, ogni inclinazione a sentirsi comunità – pareti consumate, stanze trascurate, ambienti deteriorati, luoghi che sembrano avere smarrito persino l’abitudine a essere vissuti. Non è soltanto una questione estetica. È l’immagine di una vitalità che si ritira, di un territorio che resta succube e nel quale alle difficoltà materiali si somma una sensazione amara di abbandono.

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Non è soltanto una questione estetica. È l’immagine di una vitalità che si ritira, di un territorio che resta succube e nel quale alle difficoltà materiali si somma una sensazione amara di abbandono. La scarsità dei beni alimentari non nasce dal degrado degli ambienti. Ma entrambi rendono più evidente la stessa domanda: quanto è attrezzata l’isola per proteggere la vita quotidiana di chi la abita? Non serve cercare un colpevole universale. Per quello basterebbe anche guardarsi allo specchio

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La scarsità dei beni alimentari non nasce dal degrado degli ambienti. Ma entrambi rendono più evidente la stessa domanda: quanto è attrezzata l’isola per proteggere la vita quotidiana di chi la abita? Non serve cercare un colpevole universale. Per quello basterebbe anche guardarsi allo specchio. Servono, su tutto, trasparenza sui costi, concorrenza effettiva, controlli quando necessari e soluzioni capaci di garantire continuità agli approvvigionamenti. Le imprese hanno i loro costi e i trasportatori le loro ragioni. Nessuno ne dubita. Ma le famiglie hanno bisogni che non possono essere sospesi per decreto, per protesta o per convenienza commerciale. Il mare separa Ischia dalla terraferma ma non dovrebbe diventare la spiegazione buona per ogni svincolo, neppure la scusa per accettare o giustificare ogni disservizio. Un’isola non può scegliere la propria geografia però può decidere come (ri)organizzarsi per non subirla come una condanna per poi sentirsi ripetere che qui si è sempre fatto così e che ora è impossibile cambiare registro.

Pagina Fb Caffè Scorretto di Graziano Petrucci

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